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Aprile 2009
VOLUMI E RIVISTE

Liguria solidale. Mutualismo e cooperazione del novecento
Dal fascismo al dopoguerra

Dall'Introduzione al volume
di Antonio Gibelli, Direttore scientifico Centro Ligure di Storia Sociale

Liguria solidale Dopo l’esperienza in tutti i sensi sconvolgente della prima guerra mondiale, il dopoguerra è attraversato da segni profondi di cambiamento, aspettative di rigenerazione, tensioni che sembrano travalicare i limiti delle politiche di inclusione sociale messi in opera dallo stato liberale nella fase riformista.

In questo contesto, nuovi soggetti (reduci,mutilati, contadini, donne, colletti bianchi) vedono nello strumento cooperativo lo strumento più immediato per portare avanti le legittime istanze di risarcimento morale e materiale per i grandi sacrifici compiuti, accentuate dalla consapevolezza dell’accresciuto peso a tutti i livelli dell’intervento statale, seguito alla mobilitazione militare e civile.

Ma nel clima incandescente del dopoguerra si fa strada anche l’opzione rivoluzionaria, nella cui prospettiva la cooperazione appare piuttosto palestra di autogestione e primo passo verso il collettivismo. Le due possibilità coesistono soprattutto nell’ambito della cooperazione di produzione e lavoro, presente nei settori trainanti dell’economia regionale postbellica: la metalmeccanica, le costruzioni navali, i servizi portuali.

Tra speranze riformiste e velleità rivoluzionarie avanza però una terza opzione, che punta sulla modernizzazione autoritaria e sulla forzata ricomposizione gerarchica della nazione, e che per questo vede nelle cooperative, nelle società di mutuo soccorso, nelle case del popolo e nelle camere del lavoro i capisaldi materiali e simbolici del nemico interno da abbattere, i presìdi delle culture da cancellare con la forza: dal socialismo al repubblicanesimo al cattolicesimo sociale.

Il primo atto dello squadrismo fascista a livello locale consiste non a caso nella demolizione dell’organizzazione del lavoro portuale genovese e savonese. Una volta portato a termine lo smantellamento del tessuto organizzativo esistente grazie alla liquidazione della libertà di associazione, il fascismo stenta tuttavia negli anni successivi a ridefinire in maniera univoca il profilo e il ruolo della cooperazione superstite, limitandosi ad epurarne i quadri dirigenti ed inserendola a forza nel regime corporativo, naturalmente in posizione subalterna.

Nel caso locale, emblematico è il tentativo di salvataggio finanziario della maggiore istituzione in campo distributivo della regione, promosso dal podestà di Genova in chiave propagandistica per evitare il discredito conseguente al fallimento di un’istituzione che aveva invece prosperato in mano repubblicana e socialista. L’edificio cooperativo non viene quindi definitivamente smantellato dal regime (che pure ne snatura l’intento democratico originario), garantendone così involontariamente una rapida rinascita nel periodo della ricostruzione.

Nel secondo dopoguerra, chiuso ben presto l’esperimento unitario delle forze antifasciste a livello di governo, la galassia cooperativa rispecchierà inevitabilmente la polarizzazione ideologica interna e internazionale, cercando tuttavia di realizzare nei limiti del possibile un difficile equilibrio tra collateralismo ed autonomia dai partiti. In questa fase le strutture distributive vicine ai partiti di sinistra ed alle forze sindacali garantiscono sostegno economico e cassa di risonanza alle lotte occupazionali e salariali del triangolo industriale, spesso a discapito dei propri bilanci e della stessa sopravvivenza di un movimento che nella regione rimane a lungo parcellizzato e debole dal punto di vista della solidità finanziaria.Una nuova offensiva nei confronti dell’associazionismo di matrice laica, che colpisce tanto le società di mutuo soccorso quanto le sedi cooperative, accompagna le ultime fasi dell’esperienza centrista della politica italiana degli anni cinquanta (Scelba e Tambroni): la rivolta di Genova del 1960 costituisce in questo senso uno spartiacque, lasciando presagire la fine del clima persecutorio e la piena legittimazione delle organizzazioni politiche ed economiche garantita almeno sulla carta dai governi di centrosinistra.

Il mutato clima conferisce nuovi stimoli alle organizzazioni, anche in conseguenza dell’inserimento della cooperazione nei progetti di amministrazione degli enti locali.Grazie alla modificazione generalizzata degli stili di vita e all’allargamento dei consumi che segnano il cosiddetto “miracolo economico”, gli anni sessanta registrano inoltre il passaggio alle moderne forme di concentrazione societaria nel ramo della distribuzione, della produzione e dei servizi: emblema di modernità, il supermercato cooperativo tenta non senza difficoltà di mantenere lo spirito solidaristico delle origini nel nuovo contesto completamente mutato.

Illustrando queste vicende, il presente volume completa un ciclo che ha cercato di inserire la storia minuta e spesso complessa del movimento cooperativo nel più vasto quadro della storia regionale e nazionale, di cui ha a suo modo riflettuto i percorsi di crescita e le grandi trasformazioni, accompagnandone i dilemmi e i passaggi più drammatici, contribuendo a ridefinirne di volta in volta il tessuto delle culture politiche e sociali.

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